progetto scienza

Il Docscient Festival entra in carcere

14 maggio 2014 DOCSCIENT News

Ho chiesto alla collega Silvia Caravita – ricercatrice affiliata presso l’IRPPS-CNR – di scrivere qualcosa sulla nostra esperienza di incontri con i detenuti del carcere di Rebibbia tra il 2012 e il 2013, perché questa attività, che lei ha pensato e voluto con grande impegno, è stata fra le esperienze davvero più profonde della vita.
La sua testimonianza davvero molto toccante.
Mi sento solo di aggiungere:
… a cosa potrebbe servire una detenzione se non ad aiutare a capire ed a capirsi???
Forse incontri di questo tipo dovrebbero essere la prassi e non affidati alla buona volontà di pochi, perché dietro alle sbarre c’è molta gente che ha bisogno di parlare ed essere ascoltata per capire cosa ha sbagliato (se ha sbagliato).
Grazie Silvia e buona lettura a tutti.
Attilio Vitali

Il Docscient Festival entra in carcere

di Silvia Caravita

Come biologa ricercatrice del CNR mi sono occupata per gran parte della mia vita professionale di educazione scientifica nei primi anni dell’istruzione scolastica o della comunicazione di saperi scientifici fuori dalla scuola. Molte volte mi è successo di stupirmi delle capacità dei bambini di interrogarsi sulla realtà, mi sono divertita a sentirli ragionare, ho provato grande soddisfazione quando ho visto crescere il pensiero scientifico di ragazzi e adulti programmando attività didattiche con gli insegnanti. Però le emozioni più grandi me le suscitate l’esperienza di far incontrare con la scienza le persone chiuse in carcere.
Da qualche anno collaboro come volontaria con l’associazione Antigone, che agisce nella tutela dei diritti dei detenuti, e partecipo all’attività di Sportello nel carcere di Rebibbia.
Avendo fatto parte del comitato organizzatore del Docscient nel 2011 e nel 2013, ho pensato che forse si poteva far entrare anche in carcere questa iniziativa, adattandola ad un pubblico particolare. Mi chiedevo se persone in condizioni di vita così difficili avessero ancora voglia di incuriosirsi, di uscire da loro stessi, di provare a svincolarsi da condizionamenti e pregiudizi.
L’ideatore del Festival, dott. Attilio Vitali, è stato subito entusiasta del progetto, ha messo a disposizione i documentari ma soprattutto ha collaborato al progetto con le sue idee. Abbiamo pensato di usare la proiezione di video solo come momento iniziale per aprire una conversazione tra il pubblico e ricercatori esperti dell’argomento trattato dal filmato. Ci siamo messi in contatto con gli insegnanti della scuola interna al carcere per capire meglio le esigenze, gli interessi dei detenuti e disporre di qualche criterio per scegliere temi e video. Tanti colleghi ricercatori si sono lasciati coinvolgere volentieri nell’iniziativa – che continua nel tempo – e hanno messo in gioco le loro capacità di comunicare e divertirsi nel parlare di ciò che li appassiona. E’ bello raccontare che tutti hanno riconosciuto come l’esperienza sia stata molto significativa per loro e li ha arricchiti.
Gli incontri hanno spaziato in diversi campi del sapere, trattando di evoluzione biologica, dell’origine della specie umana, del comportamento animale e della nostra interazione con gli animali, di alimentazione in culture diverse, della natura delle particelle elementari e del sole, di ricerche spaziali, di ambienti estremi. Abbiamo discusso di salute e di industria farmaceutica, di scuola e sviluppo infantile, di società e sviluppo tecnologico a partire dalla vicenda di Adriano Olivetti. Abbiamo anche presentato suoni e immagini per parlare di musica e delle sue origini nella cultura umana.
Il dr.Marco Verdone, veterinario nel carcere sull’isola di Gorgonia ha presentato il suo sogno di un mondo migliore rispettoso dei diritti di tutti i viventi attraverso il racconto della sua esperienza. (G.Godena. Quando i detenuti incontrano un veterinario. Notizie Radicali, 2/04/2013).
Il nostro particolare pubblico, che comprende anche stranieri, ci ha rivolto molte domande interessanti e soprattutto ha commentato le immagini raccontando esperienze proprie, spesso con ironia, con l’evidente desiderio di stabilire l’interazione con noi sul piano della vita vissuta, dei problemi che condividiamo in una società difficile da interpretare e con tante diseguaglianze. Ci ha proposto anche le eterne domande dell’uomo che si confronta con l’universo di dimensioni sovrumane o anche il problema del conflitto tra pensiero religioso e scientifico, che non tutti sono disposti a considerare superato se si tengono distinti gli ambiti di esperienza. Più di una persona ha scritto che “avrebbe voluto più tempo per capire meglio e poter esprimere ognuno la sua opinione” e che di incontri così “dovrebbero farne di più perché sono molto interessanti e motivo di svago cosa molto importante nell’ambiente carcerario” .
Guardare i visi attenti, incontrare sguardi resi vivaci dalla partecipazione a storie lontane dal mondo carcerario e da relazioni umane inaspettate mi ha fatto sentire più viva che mai.
Ma soprattutto mi ha confermato la necessità che la nostra cultura ripensi radicalmente i sistemi di detenzione e la loro interazione con la società.

 

 

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